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Book

“la circostanza in apparenza singolare per cui, senza neppure confrontarsi sui rispettivi dispositivi di pianificazione, i Ministri europei responsabili del governo del territorio siano giunti a condividere il solenne impegno per un ambiente urbano well designed and built schiude il secondo ambito problematico. Questo riguarda la possibilità, relativamente indipendente dal funzionamento della pianificazione ma ugualmente convergente verso l’obiettivo della coesione territoriale, di una cultura europea della “qualità del costruito”.  Il tema, che attraversa la complessità del confronto fra saperi tecnici maturati su tradizioni nazionali separate e del possibile rapporto con una “comunità” civile e culturale ancora tutta da costruire, è al centro delle riflessioni proposte da Antonio Borghi in questo libro.”                                          Umberto Janin Rivolin

“the apparently peculiar circumstance that, even without taking into account the variety of the respective planning systems, the Ministers of the European Union responsible for Urban and Territorial Development have committed themselves for a well designed and built urban environment discloses a problematic strand of work regarding the possibility, independent from the functioning of the planning system, but equally converging towards the objective of territorial cohesion, of a European culture of the “quality of built environment”. This topic is the subject of Antonio Borghi’s reflections throughout the complexity of confrontation between disciplinary knowledges developed in separated national traditions and the possible relationship with a social and cultural community which is still to be built.”                                          Umberto Janin Rivolin

Premessa

Il 31 dicembre del 1671, per incarico del Re di Francia Luigi XIV, Jean-Baptiste Colbert istituisce l’Académie royalle des Architectes du Roy presso i locali del Palais Royal.

Il compito dell’Accademia era di formare figure professionali in grado di supervisionare la costruzione delle fabbriche reali, controllando la qualità dei materiali, delle tecnologie e i costi attraverso la formulazione di un regolamento che doveva raccogliere le migliori pratiche di costruzione del tempo.

A dirigere questa accademia viene chiamato François Blondel il quale nella sua prolusione afferma che tra i compiti dell’Accademia vi è quello di “travailler au rétablissement de la belle architecture et en faire des leçons publique.” Nonostante ciò per arrivare all’attivazione di veri e propri corsi di formazione per architetti reali bisognerà aspettare fino al 1762, mentre è immediata l’attivazione del dibattito interno all’Accademia sui fondamenti dell’architettura e sui criteri per la sua valutazione: “ Tous les jeudis de la semaine […] se feront des assemblées particulières des personnes nommées par Sa Majesté, pour conférir sur l’art et les règles de l’architecture et dire leur avis sur les matières qui auront esté proposées […]”.

All’ordine del giorno della prima assemblea si pone la questione fondamentale alla quale gli accademici sono chiamati a rispondere: “Et pour commoncer ledit sieur Blondel a dit que dans la première assemblée, qui se fera jeudi prochaine, l’on dira ce que c’est que le Bon goust, dont l’on parle d’ordinaire dans les ouvrage d’architecture et qui marque leur excellence.

La risposta non arriverà dopo la prima riunione, ma già dopo la seconda e porrà nel principio di autorità dei maestri del passato le basi del lavoro dell’Accademia per il secolo successivo: “Tous son convenus que la véritable règle pour conoistre les choses de bon goust parmi celles qui plaisent est de considérer ce qui a tousjour plu davantage aux personnes intelligents, dont le mérite s’est fait conoistre par leurs ouvrages ou par leurs escrits.” Da quel momento le riunioni degli accademici furono perciò dedicate alla lettura e al commento delle opere di Vitruvio, Palladio, de l’Orme, Scamozzi, Alberti e Serlio in un perpetuo esercizio di esegesi che ha avuto fine solo con lo scioglimento dell’accademia stessa, nel 1793.

A fronte di tanto approfondimento teorico le reiterate richieste di pubblicare un testo definitivo sulla teoria dell’architettura che potesse servire da manuale per l’apprendimento e l’orientamento della disciplina progettuale resteranno inevase senza alcuna esplicita motivazione. Nei casi in cui da parte di un allievo o di un funzionario veniva posto un quesito specifico si faceva infatti ricorso al parere di un membro dell’Accademia, il cui giudizio non era mai messo in discussione dagli altri. In questo modo gli accademici assumevano il ruolo di depositari dei criteri della qualità architettonica sulla base della autorevolezza che gli proveniva dallo studio dei classici (le “personnes intelligents”) e dell’autorità conferita loro dal Monarca assoluto.

Alla richiesta di stabilire principi e metodi universalmente validi per la valutazione della qualità architettonica gli accademici rispondevano, anche se in modo non esplicito, affermando che il giudizio di qualità è un’espressione soggettiva che risulta tanto più attendibile, e quindi vicina alla verità, quanto più la sensibilità di colui che la esercita si è affinata nello studio dei capolavori e nelle teorie dei maestri del passato.

Sebbene diametralmente opposti nelle conclusioni, questi principi concordano nella sostanza con le teorie di uno dei padri della scienza moderna – René Descartes (1596-1650) – che è passato alla storia per aver demolito le certezze del sapere fondato sul principio dell’autorità, sulla retorica.

In una lettera del 1630, rispondendo ad una domanda di Mersenne che supponeva l’esistenza di un fondamento matematico per le proprietà espressive delle consonanze, Descartes afferma che: “Né il bello né il piacevole significa alcunché se non un rapporto fra il nostro giudizio e l’oggetto; e poiché i giudizi degli uomini sono così differenti, non si può dire che il bello né il piacevole abbia alcuna misura determinabile. […] Ma ciò che piacerà al maggior numero di persone, potrà essere chiamato semplicemente il più bello.”

Qualche anno più tardi, nel 1637, Descartes rende pubblico il suo pensiero sul rapporto tra le arti, le scienze e la ricerca della verità, affermando che l’unica disciplina adatta a questo fine è la matematica, mentre tutte le altre “sono doni dell’ingegno, piuttosto che frutti dello studio.” La matematica è per Descartes l’unica forma di pensiero che possa tendere alla ricerca della verità, mentre le altre, ivi compresa l’architettura di cui il filosofo era un attento osservatore, possono ambire solamente al soddisfacimento dei bisogni materiali e spirituali dell’uomo attraverso la creatività dell’ingegno e l’affinamento della pratica.

Ponendo la pratica al pari, se non al di sopra, dello studio e della ricerca teorica, Descartes contribuisce al consolidamento delle basi della scienza moderna, esaltando il valore dell’esperienza rispetto allo studio dei classici. “Quelli che hanno il ragionamento più valido, e che digeriscono meglio i loro pensieri, per renderli più chiari e intelleggibili, possono sempre meglio persuadere circa ciò che propongono, anche se non parlano che il basso bretone, e se non hanno mai imparato la retorica. E quelli che sanno inventare le cose più piacevoli e sanno esprimerle nel modo più adorno e delicato, non cesserebbero di essere i migliori poeti, anche se ignorassero l’arte poetica”. Per Descartes, e dunque per il pensiero moderno, la qualità del prodotto artistico dipende dall’ingegno e dalle pratiche dei loro artefici e da come essi si pongono in relazione alla sensibilità e alle aspirazioni del loro pubblico.

Premetto questa breve divagazione storico-filosofica al percorso di ricerca svolta nell’ambito di questo testo al fine di sgombrare il terreno dal più irriducibile degli argomenti che si oppongono ad ogni discorso sulla valutazione della dimensione fisica dell’ambiente costruito e che spesso ne minano le fondamenta: la questione della qualità estetica o della bellezza dell’architettura e della città. L’oggetto di questa ricerca non è infatti la definizione di criteri per la valutazione della bellezza o della qualità urbana per se quanto una riflessione contingente sui contenuti disciplinari, gli indirizzi politici e gli strumenti programmatici più adatti alla promozione di un ambiente urbano “well designed and built” nel contesto delle politiche urbane europee.


Lo spunto di questa premessa nasce da una conversazione con Marco Pozzo e le citazioni sono tratte dal capitolo “Assolutismo in Francia e nascita dell’accademia” della sua Tesi di dottorato in problemi di metodo nella progettazione architettonica – X Ciclo (1995), presso la Facoltà di Architettura della Università degli Studi di Genova, Sulle limitazioni nell’edificare. L’autorità dell’architetto attraverso la norma estetica, relatore prof. Marco Romano, pp.21-27

English Abstract

In 2005  the Ministers responsible for Urban and territorial development of the EU Member States have committed themselves for a Well Designed and Built environment (Bristol Accord) and in 2007 for a Sustainable European City where architecture and urban design play a key role (Leipzig Charta). These are two peaks of a longstanding political discourse on quality of the living environment initiated in 1989 with engagement for a new European Spatial Development Perspective (EDSP).

This political discourse, carried on through the so-called Informal Ministerial Meetings on Urban development and Territorial Cohesion, has given support to manifold initiatives towards landscape and the built environment, e.g. Interreg and the Urban Programmes.

More recently this strand of work has interjected the debate on social and economic development assessment tools – Beyond GDP – introducing soft facts such as quality of built environment among the criteria of societal well-being and bringing quality based selection of projects for the built environment among the targets of european cohesion policies.

The discrepancies between the strong impact of European policies on the urban environment and the limited competences and resources of the EU institutions to promote a Well designed and built environment highlight the need of building a common understanding for all stakeholders based on an updated cultural and technical platform exploiting the latest technological achievements.

The activities developed in my capacity of Chairman of the Work Group Urban Issues of the Architect’s Council of Europe and within the PhD School in Urban Project and Policies at the Politecnico di Milano between 2003 and today are collected in a book whose conclusions are summarised in this abstract.

The first step of my research has been the analysis of the evolution of European urban policies in the last decade with a clear focus on the role of physical aspects of urban development: from the beginning with the Urban Pilot Projects in the framework of spatial and (later) territorial policies to the higher priority and stronger momentum of the physical dimension of the built environment with the so-called Urban Mainstreaming. This part of the research is supported by the critical review of the most important political EU documents: Sustainable Urban Development in the European Union: A Framework for Action (1998), European Spatial Development Perspective (1999), Urban Aquis (2004), Bristol Accord on Sustainable Communities (2005), Leipzig Charta on Sustainable European Cities (2007).

These documents and the circumstances under which they are written and adopted are tested around a series of 9 key question: (1) What is the impact of EU policies on urban development? (2) How and under which aspects are urban issues dealt at european level? (3) Is there shared vision of urban development at european level? (4) What kind of sustainable urban development strategies are elaborated by the EU? (5) Is it appropriate for the EU institutions to deal with the physical dimension of urban development? (6) Which role is playing the physical dimension in european urban policies? (7) What are the new perspectives for a better integration of the physical dimension into the EU urban policies? (8) Which role can be played by indicators and quality evaluation methods in european urban policies? (9) How far can the EU support the elaboration and implementation of quality assessment methods for the built environment?

In the light of these questions the review of the political documents is followed in the second chapter by a cross-cutting analysis of the main political issues related to the physical dimension of urban policies: Sustainability, Diversity, Balanced Urban Development and Accessibility, Territorial Capital, Territorial Cohesion, Competitiveness, Attractiveness, Urban Governance, Urban Regeneration and the Contribution of Culture to Urban Sustainable Development etc. All these issues are closely interlinked and (ideally) require an integrated and holistic approach in which stakeholders and technical disciplines are able to share a common visions towards sustainable development.

The analysis of a number of European projects and policies in the third chapter shows that the EU is still far from establishing a truly integrated approach to urban issues in the diverse European Regions, nevertheless there is evidence of progress, e.g. in the establishment of European networks for territorial and urban cooperation and in the new Building Policy of the European Commission.

Considering the EU “obsession” for policies impact assessment, the fourth chapter focuses on the specific strand of work regarding quality indicators for the built environment. In recent years a renewed interest for the use of indicators in urban policies has brought to the development of valuable experiences and know-how in the evaluation of qualitative aspects of urban policies and projects. Some of the most interesting initiatives in Europe have been established in the UK following the so-called Egan reportRethinking Construction” (1998) by the Construction Task Force. The principles of the Egan report have been transposed in an original and pragmatic architectural quality assessment method by the Construction Industry Council (CIC): the Design Quality Indicators. Moreover, following the Egan report the UK Government has set up the Commission of Architecture and Built Environment (CABE) in order to advice clients and planners on the way to the realisation of projects for the built environment, mainly through the Design review. Another example is provided by the main UK Housing Associations that, in cooperation with the CABE, have created a quality evaluation system for their own purposes, the so-called Building for Life. In this chapter are mentioned also examples of urban policies relying on quality evaluation tools active in other countries such as Germany, Canada, United States, New Zealand and Australia.

In the conclusions the research suggests the opportunity of developing a new technical and cultural framework at European level for the evaluation of the qualitative aspects of both new project and the existing built environment establishing an evidence based, reflective and proactive dialogue among the stakeholders of urban development. To this extend, although they might seem to oversimplify complex design processes and try to measure values that cannot be quantified, Indicators can play a positive role in stimulating and structuring the reflective dialogue among individuals from different cultural and disciplinary background. Indicators can play a positive role for the integration of the different sectoral policies involved in urban development and foster transparency and participation in the planning process.

The design and planning disciplines are called to provide an innovative contribution to a new technical and cultural framework for European, National, Regional and Urban policies enabling the adequate consideration of the physical dimension in Sustainable development policies, balancing the bird eye view with the walker’s perspective and using the opportunities provided by the new information technologies.

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